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Sab 21 Giu 2008 17:43:40 CEST
C'era una buona abitudine del giornalismo di sinistra e di quello
d'inchiesta (e non sempre le due cose coincidono) consistente
nell'alzarsi dalla scrivania e immergersi nel reale.
Gianfranco Bettin dalla prima pagina de Il Manifesto di sabato 20
giugno, titola "Carta straccia", ma il riferimento non è, come lecito
pensare, alle due pagine successive a firma di Luca Fazio e Marco
Philopat quanto alla base di Vicenza.
La buona abitudine si è persa e con essa il lume della ragione: dentro
la sconfitta epocale della sinistra tutta il problema maggiore sono i
centri sociali e spazi pubblici milanesi. Tornare ai territori!
Prescrive qualche vate. Per carità però, senza giornalisti e scrittori
al seguito, aggiungiamo noi.
Per fortuna abbiamo abbandonato da tempo la retorica del movimento,
tutto e spesso niente, preferendo declinarla come comunità di scopo,
locali o meno, in lotta. Capaci di collegamento, del sortire assieme,
ma anche no. Il che significa, nel concreto, guardare al presente e
lasciar perdere l'archeologia.
Per fortuna le geografie del desiderio sono mutevoli e i libri che le
descrivono destinati irrimediabilmente a prender polvere nelle
librerie, con buona pace di chi li ha scritti.
La domanda che ci viene spontanea è: può a Milano una qualche forma
di vita latamente a sinistra prescindere dal destino di questi luoghi?
Crediamo di no. E non per qualche rigurgito centrosocialista ma per
totale assenza di qualunque altra cosa, proposta, tentativo. E se poi
il personale che anima svariati circoli dell'Arci da questo mondo
proviene e, magari, ancora frequenta, ci sembra cosa ottima, non
pessima. Ma se è per questo i buoni compagni di viaggio si ritrovano
ovunque tranne, ci sembra di capire, sulle frequenze e nell'inchiostro
di qualche riserva indiana del giornalismo di sinistra.
Lo sgombero del Leoncavallo o di altri luoghi (e per la lunga vita si
opera prima di augurarla) ha un valore perchè nel passato si è sempre
collocato in un punto di faglia, di frattura e trasformazione della
società milanese. In passato ha saputo agire da ponte per altri
soggetti e bisogni. Sarà così anche stavolta? Forse si.
Certo se seguissimo il disfattismo degli ex, saremmo fermi al 1968,
pardon 1989. Saranno stati anche formidabili quegli anni però adesso,
per favore pietà.
Vengono elencati venti spazi tra Milano e provincia: non pensiamo ce
ne sia uno che non si senta offeso dalla riduzione definitoria della
propria attività. Osteria, cinema? Antifa? Corsi di autodifesa? Alcuni
addirittura nulla. Per fortuna che la politica la lasciamo agli amici
de Il Manifesto. Certo se gli spazi fossero meno litigiosi... se
prendessero carta e penna più spesso.. se alle iniziative di contrasto
a questo Expo ci fossero più di qualche decina di persone...
Però ad essere sinceri, complici certamente i congressi delle realtà
serie della sinistra, ci pare di capire si intendano i partiti, in
tali difetti siamo ben accompagnati, o meglio nel poco in splendida
solitudine. Isolati? Ben di più, temiamo. Ma non affannatevi troppo,
terremo botta anche a sto giro. E come potremmo togliere a qualcuno,
in futuro, il piacere di straparlare del presente?
Leoncavallo S.p.a.
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